Patrizia Serra, Piumari

catalogo mostra, Centro Ipermedia, Ferrara, 1982

La superficie sottile come un’epidermide, rosea, delicata come una pelle, si incrosta d’oro, si ripiega, nasconde piccole immagini accennate che si impigliano nelle pieghe. La garza raddoppia, si increspa, nasconde accenni allusioni e tutto quello che compare in superficie rimane indefinito, ma evocativo. 

Chi si identifica con l’oggetto guarda in se stesso come se dovesse cercare nelle pieghe della sua fisicità intuizioni sibilline, ma immediate. 

Una ricerca del Dionisiaco nel mondo complesso e delicato del proprio corpo oggettualizzato. Per conservagli una fisicità, l’oggetto viene posto al centro di una delicatissima alchimia dove la misura dei fattori è fondamentale, una misura quasi rituale, come se la sacralità implicita nel corpo avesse a trasmettersi agli oggetti e l’artista fosse l’iniziato di un lunghissimo emergere alla conoscenza la cui rigorosa, dolorosa curiosità esistenziale fosse, esperienza dopo esperienza, messa alla prova dall’oggetto stesso. 

La lucida narrazione di questo itinerario si condensa nell’oggetto, la cui apparenza dolce, morbida accoglie nelle sue pieghe, nei suoi interstizi segni duri, colate d’oro e di colore prezioso, immagini appena accennate, ma tutto nascosto e sfuggente: ermetico. 

La garza che sovente ricopre i telai o i vetri affumicati, che accolgono oggetti dalla forma indefinita, nasconde la fluidità delle composizioni che, in alcuni casi, possono mutare ad ogni soffio d’aria. In questa garza si insinua leggera una linea ondeggiante, segnata a volte di graffite, a volte da interventi di colore sgocciolato e materico, a segnare una successione, il corso e l’andamento di ciò che sta sopra. Così in questo sovrapporsi dei piani che si nascondono e svelano a vicenda, lo sfalsarsi di letture, convergenti o divergenti, si fa inquietante nei piccoli violenti, aggressivi segni emergenti. Come in uno specchio antico si deve immaginare, ricostruire da alcuni piccoli particolari evidenti il complesso di ciò che vi si rispecchia, e guardando si ha prima l’incanto del colore dello specchio, poi l’inquietudine dell’immagine corrosa dal tempo, così guardando i lavori di Mariella Bettineschi si è sospesi tra piacere ed inquietudine.

I materiali usati, per quanto includano una vasta gamma di elementi naturali, sono passati al vaglio di una manualità ossessiva, che li rielabora e li ricostruisce totalmente; questo vale tanto per la garza, quanto per la lana naturale, quanto per le piume o l’oro. 

Nella composizione tutto viene rielaborato in funzione ingannevole ed enigmatica rispetto a chi opera, oltre che rispetto a chi legge.

La condizione di una percettività da dilatare, provocare e condurre per idee, allusioni, enigmi è il contrappeso di una sensualità evidenziata e liberata da una lunga lotta contro inibizioni annose.

The thin surface like an epidermis, rosy, delicate as a skin, is encrusted with gold, folds away, hides small images hinted at in the folds. The gauze doubles, ripples, hides hints allusions and everything that appears on the surface remains undefined, but evocative.

Who identifies himself with the object looks in himself as if he were to look in the folds of his physicality sibilline intuitions, but immediate.

A search for the Dionysian in the complex and delicate world of its objectized body. To preserve a physicality, the object is placed at the center of a delicate alchemy where the measure of the factors is fundamental, an almost ritual measure, as if the sacredness implicit in the body had to be transmitted to the objects and the artist was the initiate of a very long emerge to the knowledge whose rigorous, painful existential curiosity was, experience after experience, tested by the object itself.

The lucid narration of this itinerary condenses into the object, whose soft, soft appearance welcomes in its folds, in its interstices, hard signs, castings of gold and precious color, images barely hinted at, but all hidden and fleeting: hermetic.

The gauze that often covers the smoked frames or glasses, which welcome objects of indefinite form, hides the fluidity of the compositions that, in some cases, can change with every breath of air. In this gauze a wavy line is lightly insinuated, sometimes marked by scratches, sometimes by interventions of color dripped and material, to mark a succession, the course and the course of what is above. So in this overlapping of the plans that hide and reveal each other, the shifting of readings, converging or divergent, becomes disturbing in the small violent, aggressive emerging signs. As in an antique mirror one must imagine, reconstructing from some small details the complex of what is reflected in it, and looking first you have the enchantment of the color of the mirror, then the restlessness of the image corroded by time, so watching Mariella Bettineschi’s work was suspended between pleasure and uneasiness.

The materials used, although they include a wide range of natural elements, have been examined by an obsessive manual, which re-elaborates and rebuilds them completely; this is true both for gauze and for natural wool, as for feathers or gold.

In the composition, everything is reworked as a deceptive and enigmatic function with respect to those who work, as well as those who read.

The condition of a perceptiveness to be dilated, provoked and led by ideas, allusions, enigmas is the counterweight of a sensuality highlighted and liberated by a long struggle against long-standing inhibitions.