Francesca Pasini, L’era successiva: vuoti d’aria e sguardi doppi

L’era successiva: vuoti d’aria e sguardi doppi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il lavoro di Mariella Bettineschi è contraddistinto dalla continua ricerca di nuove forme, nuove tecniche, nuovi linguaggi. La sua passione riguarda l’influenza del tempo. Metabolizza il dialogo con maestri amati come Burri nelle tavole incatramate, dipinte (Artigli, 1987), mentre nei monocromi (Piano di fuga, 1989) appare una dedica a Fontana, ai suoi Teatrini. Ma oltre al libero contatto con chi l’ha preceduta si è lasciata attraversare da esperienze di manualità (Piumari, 1981), dal ricamo su varie superfici, compresa la carta, per approdare all’installazione, alla fotografia, alla manipolazione delle immagini, che è la domanda e l’esperienza che coinvolge il presente. Il disegno è una pratica che affianca tutta la sua ricerca.

Così mette in opera una sua personale via all’eclettismo. Non c’è, infatti, invenzione che non produca una variante, mentre la tentazione di abbandonare le proprie figure, o il sistema di rappresentarle, e di lasciarsi catturare dalla mobilità delle intuizioni, è la sorpresa che ognuno si aspetta dall’arte. Un legame sotterraneo, eppure visibile, tra manualità e struttura immaginativa, mette in primo piano la smaterializzazione prodotta dalla luce. E’ il perno attorno al quale ruota la sua idea di fotografia, alla base anche di questa mostra. La parentela con la luce si esplicita nella complementarità tra l’immagine stampata e lo spazio bianco che fa parte della stessa lastra fotografica.

L’era successiva è il titolo che dal 2008 accompagna uno sfaccettato insieme di fotografie. Come Mariella Bettineschi ricorda: “Nel 2008, quando tutto sembra lì lì per sparire, ho pensato all’era successiva narrata da Anna Maria Ortese. Io vengo dalla pittura e dalla scultura e uso la fotografia, mia o presa da libri, come materiale. Manipolo, taglio, incollo, formo e deformo le immagini, come nella tecnica del collage, per riportarle alla pittura. Poi le stampo su vetro o plexiglas e così accentuo l’ambiguità della visione: l’occhio si perde fra l’immagine e il suo riflesso, moltiplicato dallo specchio retrostante”.

Inizia una lunga affabulazione tra le immagini del mondo. Una delle prime è quella del propulsore SSME (Space Shuttle Main Engine) della Nasa. L’immagine è rovesciata quasi a dimostrare che il “cielo” che sovrasta il quotidiano è ormai legato alla tecnologia più che alle stelle. Da qui, il cielo si apre
sopra i mondi dell’arte, della letteratura, della natura. Le fotografie hanno, più o meno, al centro vuoti gassosi o poggiano su zone bianche che fanno da “piedistallo” all’immagine.

Nella rappresentazione dell’aria che svuota l’immagine o della fascia bianca, si manifesta l’imprevisto non impressionabile nello scatto fotografico, ma anche la distruzione dell’ambiente naturale, l’evaporazione di coordinate culturali. L’era successiva è deducibile da quanto è successo prima, ma non è mai del tutto a fuoco mentre la si vive, quindi questi vuoti d’aria alludono all’imprevisto, non ancora definibile. La porzione di lasta fotografica bianca, che raddoppia molte immagini, sembra suggerire uno spazio indeterminato, da impressionare con l’immaginazione. Mentre gli “incidenti” di messa a fuoco lasciano fluire il vuoto che spesso percepiamo di fronte alla natura. In questa mostra Bettineschi mette a confronto, come in una scena teatrale, immagini di boschi, di stagni resi evanescenti da questi soffi di vuoto e nebbia, a ritratti di donne di Raffaello, Palma il Vecchio, Leonardo, Tiziano, Caravaggio, Bronzino, dove, oltre alla fascia bianca che raddoppia l’immagine, gli occhi dei volti sono raddoppiati. Una specie di strabismo che proietta il passato verso un futuro-presente, in cui sembra necessario aggiungere luce per compiere il molteplice movimento tra lo sguardo dei grandi maestri della pittura italiana, quello delle figure ritratte e quello di chi le guarda oggi.

Nel dialogo tra natura e pittura si inseriscono le immagini di alcune preziose biblioteche: Casanatense di Roma, Marciana di Venezia, Trinity College di Dublino, Apostolica del Vaticano. Tutte sono coinvolte da una dilatazione nebbiosa che allarga e vanifica i confini architettonici. Una metafora evidente della diffusione del sapere, coagulato in quei milioni di libri. Ma anche l’imprendibile emozione che spesso ci tocca quando siamo trasportati altrove da quello che leggiamo, o quando pensiamo alla Biblioteca di Babele messa in opera da Borges. Insomma, in quel vuoto che sembra disossare la struttura architettonica si sente la potenza del pensiero copiato dagli amanuensi, raccolto in codici, archivi, frammenti e in tutti i libri che la rivoluzione della stampa ci ha garantito. Si sente anche il rischio della dispersione del sapere, l’imbarazzo di fronte all’inesauribile compito di scrivere, l’inadeguatezza rispetto al tempo concesso.

“L’incidente” della messa a fuoco, che Mariella Bettineschi introduce in questi spazi costruiti e in quelli naturali è, infatti, una possibile figura della transitorietà. Fornarina, La Bella, La Dama con ermellino, Violante, Giuditta, come agiscono dentro questo panorama? Ci chiedono di andare oltre il loro tempo, di spostare lo sguardo dalla storia alla relazione soggettiva, oggi. Nei loro occhi troviamo lo sguardo di Raffaello, Palma il Vecchio, Leonardo, Tiziano, Caravaggio e anche con loro dobbiamo stabilire un rapporto d’intersoggettività. Come nei boschi, negli stagni, nelle biblioteche il soffio del vuoto indica un gesto da compiere dentro di noi, così in questi occhi raddoppiati appare la metafora di un incontro tra sé e l’altro, che riguarda sia la storia, sia il presente.

“Mi sto chiedendo da tempo – dice Mariella Bettineschi – perché scelgo donne rinascimentali come testimoni de L’era successiva. Ora ho capito: perché sono integre, non hanno ancora subito la frattura che avverrà nella pittura, guardano oltre. Quindi, affido a loro ciò che si sta misteriosamente avvicinando”.

Il taglio che raddoppia i loro occhi ci avverte che l’integrità, che ha colto chi le ha dipinte, proviene soprattutto da chi si dota di un proprio sguardo. E’ un taglio che ha modificato radicalmente i rapporti tra i soggetti viventi e tra i soggetti osservati e dipinti.

 

 

MARIELLA BETTINESCHI
The next era: vacuums of air and two-fold visions of the eye

by Francesca Pasini

Critical text in The Next Era, exhibition catalogue, Galleria Nuova Morone, Milan 2015

The work by Mariella Bettineschi is marked by its constant search for new forms, new techniques and new languages. Her passion regards the influence of time. She metabolizes the dialogue with masters who are dear to her such as Burri in the painted, tarred panels (Artigli of 1987) whereas in the monochromes entitled Piano di fuga of 1989 there appears a dedication to Fontana, to his Teatrini. And yet besides the free contact with artists who preceded her she has allowed herself to be imbued by experiences of manual dexterity (Piumari of 1981), by embroidery on diverse surfaces – including paper – to then arrive at the experience of the installation, photography and the manipulation of images which is the demand and the experience that involves the present. Drawing is a practice that accompanies all of her research.

In this way she establishes her own personal path of eclecticism. In fact, there is no invention that doesn’t produce a variant, while the temptation to abandon her figures or the system of representing them and of letting herself be captured by the mobility of intuitions is the surprise that everyone expects from art. A subterranean and although visible tie between manual skill and imaginative structure in the foreground places the dematerialization produced by light. It is the keystone around which her idea of photography revolves – and also the basis of this exhibition. The kinship with light is expressed in the complementary nature between the printed image and the white space that is part of the photographic plate.

The Next Era is the title that from 2008 has accompanied a faceted collection of photographs. As Mariella Bettineschi recalls: “In 2008, when everything seemed there ready to disappear, I thought of the next era as narrated by Anna Maria Ortese. I come from painting and sculpture and I use photography as material, either my own or taken from books. I manipulate, cut, paste, form and deform the images as in the collage technique in order to take them back to painting. I then print them on glass or plexiglass and in this way I accentuate the ambiguity of the vision: the eye loses itself between the image and its reflection, multiplied by the mirror placed behind”.

A drawn-out affabulation begins between the images of the world. One of the first is that of the SSME (Space Shuttle Main Engine) propulsion of the NASA. The image is overturned almost as if to demonstrate that the “sky” that towers over daily life is by now bound more to technology than it is to the stars. And so the sky opens over the worlds of art, literature and nature.

The photographs – more or less – have at their center gaseous emptinesses or else ‘rest’ on white zones that act as a “pedestal” to the image. In the representation of the air that empties the image or the white band one has the unforeseeable, that which is not impressible in the photographic shot. Although one also has the destruction of natural environment, the evaporation of cultural coordinates. The next era is deducible from what happened before although it is never totally focussed while it is lived. These vacuums of air, consequently, allude to the unexpected, the unforeseen and the not yet definable.
The portion of the white photographic plate that doubles many images seems to suggest an intermediate space, to be impressed with the imagination. While the “accidents” of focussing permit the flowing of the emptiness which we often perceive when faced by nature.

As in a stage setting, in this exhibition Bettineschi contrasts and compares images of woods, ponds and landscapes rendered evanescent by ‘breaths’ of emptiness and mists, by portraits of women by Raphael, Palma il Vecchio, Leonardo, Titian, Caravaggio and Bronzino in which besides the white band that doubles the image we also have the eyes of the faces given a two-fold vision by their doubled eyes.

A sort of extropia which projects the past towards a future-present in which it seems to be necessary to add light in order to carry out (perform) the manifold movement between the eyes of the great masters of Italian painting, between the figures portrayed and between the person who looks at them today. In the dialogue between painting and nature one has the inclusion of some precious libraries: the Casanatense in Rome, the Marciana in Venice, Trinity College in Dublin and the Biblioteca Apostolica in Rome. All are ‘enveloped’ by a misty dilation which extends and frustrates their architectural limits: an evident metaphor of the diffusion of knowledge condensed in those millions of volumes. Although we also have the ungraspable, elusive emotion which often affects us when we are transported elsewhere by what we read, or when we think of Borges’ Library of Babel. In short, in that emptiness that seems to remove the ‘bone’ structure of the architecture one feels the power, the potency of the copied thought of the amanuenses, collected in codices, archives, fragments and in all the books which the printing revolution has handed down to us. And one also feels the risk of the dispersion of knowledge, of the state of embarrassment when faced by the inexhaustible task of writing, by our inadequacy with respect to the time we are allowed.

“The ‘accident’ of the focusing which Mariella Bettineschi introduces in these spaces that are both constructed and natural is, in fact, a possible figure of transitoriness. How do the Fornarina, La Bella, La Dama con l’ermellino, Violante and Giuditta (re)act within this panorama? They ask us to go beyond their time, to transfer the eye from history to the subjective relation of today. In their eyes we find the glances and looks of Raphael, Palma il Vecchio, Leonardo, Titian and Caravaggio and also with these we have to establish a relationship of intersubjectivity. As in the woods, the ponds and in the libraries the breath of emptiness indicates a gesture to be carried out within ourselves, thus in these doubled eyes there is the metaphor of an encounter between oneself and the other that has to do both with history and the present.

To use Mariella Bettineschi’s own words: “It’s been some time now that I’ve been asking myself why I choose Renaissance women as testimonies of the next era. Now I’ve understood: because they’re integral, they still haven’t undergone the fracture, the breakage which will come about in painting, in looking beyond. And so it’s to them that I trust what is mysteriously coming ever closer”.

The “approach” that doubles their eyes warns us that the integrity grasped by who painted them above all derives from the person who provides him or herself with a personal vision. An approach that has radically modified the relationships between both the living subjects and those subjects observed and painted.

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